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Tumblr. Cfr. Robba.net

29/05/08 | Permalink | Commenti (0)

A media spenti.
Riordinare il proprio appartamento, a media spenti, aiuta a tenere in ordine anche la propria mente. Utile in generale disconnettere ogni media almeno una volta al giorno oppure un giorno intero una volta al mese. Usare di tanto in tanto la doppia spina solo per l'aspirapolvere seppure si disponga tre volte a settimana di una donna a mezzo servizio. Oggi a Roma una giornata di sole, come spesso succede in ottobre. Stavolta però è un albume che cuoce nel cielo spazzato da un vento gelido come d'alta quota. Sul terrazzo, dopo una frugale colazione, prendo colore e tepore come in seggiovia. Vesto un golf a righe, pantaloni e stivali da montagna. Nello stomaco i succhi gastrici aggrediscono il potage di cavolfiori e il pane azzimo del Forno di Roscioli che al palato e all'olfatto era già pasta frolla. Mezzo bicchiere di un Rosso di Montefalco e una sigaretta hanno più o meno la stessa sorte. Ora ascolto il silenzio e le piante agitarsi. Osservo l'ombrellone chiuso. Osservo la brace spenta. Penso all'estate finita. Penso a quella volta a Piazza Mercato che Francesco ed io comprammo l'ombrellone tre metri per quattro e lo portammo fino a Roma nella Micra. Penso al mare che dagli Anni Cinquanta non bagna più Napoli est. Penso a Ermanno Rea e al suo ultimo libro, Napoli Ferrovia. Penso che Achille Lauro tra tante malefatte ha fatto però la fortuna di uno scrittore. Di nuovo la brace spenta e penso a Marco Pannella ieri mattina, al convegno per Marco Biagi. Penso ai suoi discorsi a lenta combustione. Mi pare che per accendersi, bruciare e scoppiare in qualche scintilla necessitino di fiammiferi, pagine di giornale, pezzi di legno, diavolina. E che, fin quando c'era, Daniele Capezzone ne teneva sempre da parte una riserva.

21/10/07 | Permalink | Commenti (29)

Streghe.
Settembre inoltrato, giornata di sole spazzata dal vento. Cammino tra luce e ombra per le solite stradine di Monti. Un passo dopo l'altro nelle ballerine di raso fino a un piccolo negozio, un posto a metà tra una sartoria teatrale e un rigattiere. Decido di entrare anche se sulla porta vedo la commessa, una che, per quanto ne so, è spesso di malumore. Sta fumando in piedi sulla soglia e si sbraccia discutendo ad alta voce con qualcuno alle sue spalle. E' una ragazza pallida e magra, il naso aquilino, l'aria di una studentessa di belle arti. Forse è la figlia della titolare, che al contrario è una donna gentile, magari è la figlia di un'amica. L'ultima volta ero nel camerino di prova quando ha cominciato a litigare al telefono. Sono stata dietro la tenda per un tempo infinito in attesa che mettesse giù. Non ho comprato nulla. Sono tornata a casa. Il suo malumore mi ha messo di malumore. Quando mi vede arrivare la commessa non mi riconosce. Continua a fumare e a sbracciarsi. Non si muove di un passo. Sono costretta a infilarmi tra lei e un manichino. Dentro mi imbatto in un ragazzo che se ne sta piegato su una poltroncina imbottita davanti al bancone di marmo con il bassorilievo di un gallo. Deve essere il suo ragazzo. In fondo stanno invece due clienti che commentano un abito estivo ancora in saldo. Dico: «Buonasera». Il ragazzo solleva il capo e ricambia il saluto. Le due clienti in fondo continuano a commentare l'abito. La ragazza alle mie spalle parla tra sé. «Buonasera? Non è mica sera...», osserva poi rivolta al ragazzo. Il ragazzo da parte sua guarda l'orologio e ribatte: «E' l'una è mezza. A quest'ora si dice "buonasera"». Quindi, accomodante, si rivolge a me: «E lei che ne dice?». Quanto a me non ho alcuna passione per le regole della buona educazione. Taglio corto: «Dico che ognuno fa come vuole». La ragazza torna a concentrarsi sul traffico. Ne approfitto per piegarmi a osservare da vicino un paio di gemelli. Finché la sento urlare qualcosa. Dalla sua postazione sulla porta sottolinea uno scollo, svela un drappeggio, consiglia uno scialle. Tiro un sospiro di sollievo. Suppongo che parli alle clienti in fondo. Invece sta parlando ancora di me. «Ma non vedi che non ascolta nemmeno quello che dico», urla al ragazzo risucchiando l'ultima boccata della sua sigaretta. A questo punto mi volto, dico "arrivederci" ed esco. Una volta fuori mi chiedo cosa è accaduto. Lo sguardo cade sugli striscioni contro gli automobilisti appesi alle finestre. Invitano ad andare piano e agitano gli spettri di bambini morti. Allora mi affretto di negozio in negozio. Ovunque nelle vetrine pendono stracci. Ovunque i prezzi sono innaturali. Ovunque intravedo commesse al telefono. Deduco che l'intero quartiere è abitato dalle streghe.

21/09/07 | Permalink | Commenti (9)

Il maestro di Vigevano.
Quando ero bambina e arrivava il caldo mia nonna mi portava alla villa comunale con il numero uno. Compravamo i biglietti a bordo e sedevamo di lato l'una davanti all'altra per osservare meglio il percorso. All'epoca il mio più grande interesse erano gli scugnizzi con le facce nere di smog che si appendevano al tram fino alla Riviera di Chiaia per poi scendere e fare il bagno nelle fontane. Erano gli Anni Settanta. Fino agli Anni Ottanta gli scugnizzi si gettavano in mare per raccogliere le monete che lanciavano loro i passeggeri degli aliscafi che partivano da Mergellina. Tutt'oggi appena entra la bella stagione arrivano a nuoto dalla scogliera di fronte e si arrampicano sul terrazzo della casa di Posillipo dove tra gli schiamazzi si esercitano nei tuffi. Sul finire di agosto avevo preso l'abitudine di leggere al sole dopo pranzo mentre gli altri riposavano nelle loro camere da letto con i tappi nelle orecchie. Trent'anni dopo, nascosta dietro Il maestro di Vigevano, avevo dunque modo di osservarli più da vicino. Erano ragazzi di sedici, forse diciassette anni. Avevano i capelli corti e usavano le espressioni più volgari. Un pomeriggio in particolare discussero per ore prima di trovare il coraggio di saltare nel vuoto. Nel vedermi si diedero di gomito poi, considerato che non alzavo gli occhi dal mio libro, abbassarono un poco il tono delle voci e continuarono la discussione. Quando infine saltarono andai ad affacciarmi e li vidi annaspare fino a Riva Fiorita. In quel momento come da un incubo rimerse Filippo dal piano di sotto. «Che tenerezza, non sanno nemmeno nuotare», esclamai. Lui mi guardò male per il resto della giornata. Di fatto un paio di volte a settimana Filippo sporgeva denuncia per violazione di domicilio. In breve arrivava una volante dalla quale scendevano due poliziotti che si guardavano intorno spaesati. Di solito chiedevano perdono alle signore e, aggrappandosi al parapetto, gridavano qualcosa in un dialetto ridicolo. Giustamente gli scugnizzi, che intanto erano volati in acqua, li prendevano in giro.

30/08/07 | Permalink | Commenti (6)

L'omicidio di Garlasco.
L'estate scorsa ero in villeggiatura a Posillipo per fare i bagni di mare come all'inizio del Novecento quando ho sentito parlare per la prima volta dell'omicidio di Garlasco. Era un lunedì. La domenica, una giornata di metà agosto piena di sole, avevo fatto visita a una lontana cugina nel suo palazzo di San Giovanni a Teduccio, tutt'oggi tra le più belle ville del Miglio d'oro. A mezzogiorno Duccio era venuto a prendere me, Filippo e Carla guidando l'automobile a dieci miglia all'ora come una carrozza. Avevamo percorso il parco alberato che circonda le nostre case fino alla strada deserta in quel momento. Avevamo poi attraversato le Rampe Brancaccio e i Quartieri Spagnoli fermandoci al Gambrinus ad attendere, su preghiera della nostra ospite, una passeggera sconosciuta da imbarcare nella comitiva di quel dì di festa. Nel foyer i due uomini fremevano e intanto consumavano acqua minerale e caffé già zuccherato. Noi ragazze pensavamo al sorbetto di frutta che un abbronzato cameriere in papillon avrebbe portato a momenti dal laboratorio. Finalmente la nostra amica era arrivata ed era brutta e pallida. Si chiamava Isabella e pareva non avere mai visto la luce che in quell'occasione. Guardandola sott'occhi seduta accanto a me sul sedile posteriore, e tenendo pericolosamente la testa fuori dal finestrino per il tanfo, avevo rivisto uno di quei vecchi e polverosi appartamenti al piano nobile nei vicoli del ventre di Napoli. Da lì, da uno di quei luoghi senza tempo dove non si butta via niente e da secoli non si apre un'imposta, Isabella pareva cavata come un ragno dal buco. Comunque, arrivati a Villa Elena, ce ne eravamo presto dimenticati. Uscendo dagli spogliatoi e prima di tuffarci in piscina avevamo scoperto di essere tutti in qualche modo imparentati. Pareva in particolare che il trisavolo di Duccio avesse preso in moglie in seconde nozze la zia di una zia di Filippo, il quale aveva a sua volta una bisnonna in comune con Carla. Costei poi aveva sposato il fratello adottivo della defunta Elena che aveva ereditato la splendida villa vesuviana e l'aveva trasmessa ai suoi discendenti e quindi alla mia lontana cugina. In realtà, a vedere oltre queste sottigliezze, con quel palazzo ristrutturato dal Vanvitelli e circondato da un giardino di camelie del Seicento i nostri ospiti avevano ereditato ben altro che una fortuna e, semmai, un destino. Ad afferrare il concetto, suggerito da Filippo, mi era bastato osservare le ciabatte, di quelle in plastica traforata non più in voga da decenni, con cui la giovane Elena ci aveva accolto. «Nessuno in Italia è tanto povero da portare ancora quelle ciabatte», avevo detto a mezza bocca. «Almeno che non possieda tutto questo», aveva replicato Filippo. Più tardi, dopo avere fatto colazione con la pasta al forno e i peperoni in una distesa di agapanthus, passeggiavamo fino allo stagno e, braccati dalle zanzare, raggiungevamo un passaggio segreto ma non potevamo proseguire oltre. Carla chiedeva invano di visitare la cappella, i saloni, i salottini e il belvedere del primo e del secondo piano sentendosi rispondere, candidamente, che erano chiusi in questa stagione. Stavo là col naso all'insù a misurare, sulle spalle di una famiglia che non a caso non aveva mai esercitato alcuna professione, il peso di quelle stanze tempestate di maioliche istoriate e serrate al mondo con una lunga chiave d'ottone quando, dietro una dissolvenza, era riapparsa Isabella, bianca come il trapasso e avvolta nel suo misero asciugamano da toletta. Erano ormai le sette. Nell'ingresso Filippo e Duccio stavano facendo il baciamano a un paio di zie centenarie. Salutavo dunque mia cugina promettendo di tornare a Villa Elena l'inverno prossimo. Lungo Via Marina facevo un'altra scoperta. Duccio conosceva Isabella dai tempi del ginnasio ma lo aveva taciuto per l'intera durata della nostra gita. A suo parere all'epoca era più graziosa anche se altrettanto, per usare un eufemismo, priva di verve. Con queste parole ci eravamo lasciati sorridendo davanti allo chalet di Carla, una vera e propria casa di montagna costruita a picco sul Cenito. Avevo infine percorso a piedi il viale che porta al terrazzo dal quale si accede discretamente alla villa di Filippo. Quella sera avevo guardato un film alla televisione. Si trattava dello Squalo di Stephen Spielberg. Fumavo una sigaretta via l'altra distesa sul letto di una delle camere affacciate sul mare, da dove potevo udire le piccole onde che si rompevano sulle rocce e intravedere un cielo sereno e senza luna. Lo squalo, dopo essere salito sulla barca, stava divorando Quint. Filippo, sprofondato in una poltrona, fingeva di tremare per la paura. Di tanto in tanto una barca a vela tagliava silenziosamente il golfo. Anche Chiara Poggi, la ragazza trovata morta l'indomani in casa sua, stava guardando quelle scene raccapriccianti. Secondo la testimonianza di Alberto Stasi, il fidanzato, le stava guardando da sola mentre lui lì accanto studiava per la tesi di laurea che avrebbe dovuto consegnare da lì a qualche giorno. I lampi illuminavano il pavese. I tuoni, forse, impedivano di afferrare le poche battute della sceneggiatura. E tuttavia questi dettagli li avrei appresi soltanto nei giorni a venire, prima alla radio e poi in piedi davanti al giornalaio di Piazza Salvatore di Giacomo dove ogni mattina, dopo quella del delitto, presi l'abitudine di rifornirmi dei principali quotidiani per leggere avidamente le ultime notizie. Da allora in avanti i pomeriggi trascorsi sul molo a scrutare l'orizzonte non ebbero che un argomento. La giovane, tra le nove e le undici e trenta di lunedì tredici agosto, aveva aperto la porta in pigiama al suo assassino ed era stata colpita più volte al capo e al volto con un oggetto di metallo. I suoi genitori e il fratello minore erano partiti per le ferie. A trovare il cadavere alle quattordici era stato proprio il fidanzato che aveva passato lì la sera precedente e che al mattino aveva provato a chiamarla a vuoto più volte dalle nove e trenta. Quello che rendeva il giallo appassionante ai nostri occhi erano certamente i personaggi, giovani istruiti e di bell'aspetto, e lo sfondo di provincia classico di certa letteratura, così come l'apparente assenza del movente e l'ulteriore difficoltà dovuta al mancanto rinvenimento dell'arma del delitto. Ciò non significa che ognuno di noi non avesse una propria idea. Duccio, in particolare, dopo il funerale non aveva più dubbi. «Come è noto - informava seduto all'imbarcadero di Coroglio dove ogni sera facevamo il punto - l'ottanta per cento degli assassini fa un passo falso durante il funerale». A suo parere quell'Alberto che era andato via piangendo stretto in un golf mentre tutti gli altri erano a maniche corte, aveva senz'altro qualcosa da nascondere. Inutilmente Filippo lo invitava a stare ai fatti. «Stando ai fatti - argomentava - il ragazzo non aveva motivo di essere geloso di Chiara, né era legato a lei da alcun vincolo. Perché, dunque, ucciderla?». Duccio, allora, posava il suo mojito e scuoteva la testa. Per quanto mi riguarda avevo da subito avanzato l'ipotesi di qualcuno non ancora entrato nelle indagini e magari in possesso di un movente più valido di quello di Alberto. Carla, che non aveva mai visto di buon occhio le cugine, Paola e Stefania Cappa, le due gemelle che per avere diffuso un fotografia falsa che le ritraeva con Chiara erano presto diventate il principale bersaglio della stampa e dell'opinione pubblica, sembrava condividere questa ricostruzione. Unanimamente, invece, apprezzavamo l'atteggiamento cauto degli inquirenti che, contro una certa prassi della magistratura italiana, non erano ancora ricorsi alle manette allo scopo di procurarsi una pronta confessione. Passammo in questo modo il resto delle vacanze. La città durante la settimana di Ferragosto si svuotò, ma non del tutto. Se il lungomare di Mergellina era affollato di adulti e bambini in chiassosi costumi da bagno, dalle nostre parti capitava ancora di incrociare una Caracciolo dal caratteristico collo di cigno alla guida della sua utilitaria. Il venditore di meloni, poi, non aveva mai abbandonato la sua postazione di Capo Posillipo e fermava i rari passanti promettendo la dolcezza delle cassate siciliane per cinquanta centesimi al chilo.

23/08/07 | Permalink | Commenti (14)

In crociera per Viale Parioli.
E' agosto. Roma è dolce, caleidoscopica. L'aria è fresca. Il cielo è azzurro cielo e le nuvole bianco panna. Anche il sindaco ha fatto i bagagli. Così attraverso i Fori Imperiali sotto il sole di mezzogiorno distogliendo lo sguardo da quella coppia di turisti inglesi che sembra venuta fuori da un romanzo giallo. Giro in Vespa con Cary Grant eppure riesco a non guardarlo. Non vedo Buñuel nelle locandine di Sughi che pubblicizzano una mostra al Vittoriano. Non vedo Vinicio Capossela nemmeno se lo incontro. Da mesi ormai ho smesso di entrare al museo dal retro. Ho smesso di leggere, di ascoltare dischi, di andare al cinema. Ho smesso di guardare la televisione. Conduco la mia rivoluzione. Dunque torno dal lavoro e ho voglia di pensare e stare all'aperto. Pensare è divertente. Osservare un punto fisso invece invecchia molto. Perciò nuoto, corro, gioco a ping pong. Un'ora prima dei pasti prendo un antitubercolotico. Bevo cocktail alla menta che hanno quello stesso sapore di medicinale. Stiro e indosso abiti a clessidra. Vado in crociera per Viale Parioli. E' più vicino e si trovano cose e persone che si trovano in centro. Passo davanti a Fabrizio del Noce che ha comprato i ravioli da Gargani. Passo davanti a Paolo Mieli che al solito congiura sulla pista ciclabile. Al semaforo ammiro l'eleganza dell'ambasciatore del Giappone che si reca con sua moglie a un ricevimento in automobile. Riconosco un compagno di scuola che vent'anni fa si bucava e ora guida una Bentley in tenuta da tennis. Più avanti, tra i bar e i ristoranti, incappo in una bionda che arriva sempre sola e bacia il proprietario di turno. Ricordo quella volta al Riccioli che fu abbordata da Enzo Cucchi. La ricordo scollatissima decine di volte anche al Caffé della pace. Per il resto non viaggio. Vittorio viene a sedersi al bancone sostenendo che il viaggio è morto con l'aereo di linea. Gli dico che non abbiamo vissuto finché non ci siamo ammalati. Avviciniamo i bicchieri. Siamo due sconosciuti, ma siamo d'accordo.

02/08/07 | Permalink | Commenti (19)

A sinistra del proprio quartiere.
Ultimamente nel tempo libero non leggo romanzi, non guardo film, bensì converso. Ho sempre creduto che la conversazione fosse uno dei più grandi svaghi che l'essere umano può concedersi e uno dei meno inutili. Ora che sono adulta e senza figli posso dare seguito alla mia idea. Le conversazioni sono di ogni tipo. Talvolta sono condotte su una linea difensiva e si arriva presto all'armistizio. Altre volte si odono le sparatorie dei fucili e dei cannoni a miglia di distanza e le conversazioni si risolvono in vittorie o in sconfitte dopo un lungo logoramento. Apprezzo soprattutto quest'ultimo scenario anche se durante le mie campagne adotto le tattiche più disparate. In Italia, nonostante tutto ciò che si legge ogni giorno sui quotidiani, una strategia molto praticata per avvantaggiarsi in una conversazione è ancora quella di sistemarsi a sinistra del proprio interlocutore. Nel caso si ha la certezza di potere condurre la battaglia da una collina, avanzando a cavallo verso la pianura e con le spalle coperte dall'artiglieria. Va da sé che assumere questa posizione con alcuni interlocutori è un compito ostico. Per cominciare occorre procurarsi un equipaggiamento di fatti e di opinioni. E poi bisogna tenere conto che alcuni quartieri delle nostre città sono abitati da interlocutori coalizzati e tutti estremamente avvantaggiati a sinistra. A proposito sono convinta che conviene porsi senza indugio a sinistra del proprio quartiere. Se ciò non è possibile, meglio abbandonare il campo. Abitando ai Parioli, a un tiro di schioppo da Franco Marini, Luca di Montezemolo e Pier Ferdinando Casini, non ho dovuto traslocare. Piuttosto ho smesso di vagabondare per i caffé del centro storico come un'attrice della nouvelle vague che non ha sentito lo stop e non si è accorta che il film è stato già girato e montato ed è uscito nelle sale circa trent'anni fa. Ora frequento una palestra di body building a qualche isolato dove, tra panche, presse e manubri, conduco con successo molte conversazioni. Raramente vado a colazione là intorno, in ristoranti affollati come il Ceppo e il Caminetto, tra professionisti che - direi da sinistra al mio interlocutore con un colpo a effetto - allentano il nodo delle loro cravatte con la stessa tecnica con cui evadono il fisco. A metà settimana prendo invece l'aliscafo per Capri dove ho stretto amicizia con certi industriali arabo-americani che, durante l'aperitivo sulla loro immensa barca di plastica, dichiarano di detestare Prodi anche più di Berlusconi. Torno per il weekend e mi chiudo nel mio appartamento quando scopro il bricolage e il giardinaggio e la cucina per molti ospiti. In genere ascolto Radio Onda Rossa e di tanto in tanto mi trovo persino d'accordo, come lo scorso sabato quando, sui Fatti di Genova, si è puntato il dito contro la formazione che le forze dell'ordine ricevono nelle caserme. Nei ritagli prendo il sole in bikini blu elettrico e leggo brevi ritratti di scrittori a opera di altri scrittori. L'altro pomeriggio mi sono addormentata con Leo Longanesi che, avendo rifiutato di pubblicarlo perché pendeva da una parte che non era la sua, scappava alla vista di Goffredo Parise.

19/06/07 | Permalink | Commenti (16)

Là dove l'Aniene incontra il Tevere.
Anche se non sono il personaggio di un libro o di un quadro di tanto in tanto tiro una linea sul mio passato e inizio una nuova vita. Oggi mi sono svegliata nel mio letto tra le lenzuola blu, dopo un sogno mediamente brutto, e ho pensato che fosse una mattina come le altre. Invece ho infilato una maglietta a righe, imbracciato le riviste di moda da buttare, e senza ragionarci sono andata a tagliarmi i capelli. Era un mercoledì velato e di colpo avevo fretta. Il ragazzo con le forbici in mano mi guardava perplesso mentre, seduta sulla poltrona di quel garage a Monti, scrivevo e disegnavo a matita su un nuovo taccuino. Ha continuato a tagliare finché non ho avuto l'aspetto di un'altra donna, né bella né brutta, e senza passato. Più tardi ho messo a soqquadro l'appartamento. Ho denunciato il furto dei miei effetti personali. Ho comprato nuovi libri e un disco di musica italiana. Ho preso del cibo in una tavola calda. Sono andata a camminare sul fiume, là dove l'Aniene incontra il Tevere, e intorno sembra una palude. Una volta in redazione ho tirato fuori un breve sorriso e il collega, nel corridoio, mi ha chiesto chi stavo cercando.

09/05/07 | Permalink | Commenti (25)

robba, 13 aprile 2007
Venerdì, 9 marzo 2007 - Sankt Moritz
Siamo andati a sciare a Corviglia. Isabella ha noleggiato un paio di sci pesantissimi ma poi ha voluto fare soltanto piste facili. Mi ha dato anche delle lezioni very old style. Era la prima giornata di sole da una settimana, mi hanno detto. Filippo ha sciato molto con Umberto. Entrambi fingevano di non tenerci alla gara di domani. E' una caratteristica della manifestazione. Ostentano tutti un falso spirito olimpico. I più scaltri al mattino danno appuntamento un'ora dopo per allenarsi da soli con i pali. Alle due siamo andati a colazione allo Sci Club. Le donne passavano dalla toilette a ingioiellarsi. Gli uomini portavano giacca e camicia sui pantaloni di goretex. Vecchie fotografie del jet set pendevano dalle pareti. Nel doposci ho visitato il Palace. I saloni erano deserti e le enormi finestre davano sul lago ghiacciato. Una famiglia americana prendeva il té. I ragazzi avranno avuto vent'anni ed erano in blazer. Il padre e la primogenita discutevano tra loro. La madre sfogliava il menù. Poi un cameriere si è avvicinato. Ero sovrappensiero. Sono quasi fuggita via. Sono arrivata di corsa al chiosco davanti all'Hauser. Bevevano tutti birra o champagne. E ballavano, ovviamente. Ho concluso che Sankt Moritz ha successo perché è una metropoli di montagna. E' la capitale delle gallerie commerciali e dei parcheggi sotterranei. Alle otto e mezzo in punto sono entrata al Suvretta con Filippo. Eravamo ospiti degli Schwarzenbach. Lei, in particolare, aveva una bellezza da milionaria. Ho scambiato due battute con Michael di Kent, il cugino della regina Elisabetta. Mi ha confessato che i suoi sci sono molto corti. Ho sorriso sperando che non fosse un doppio senso o qualcosa del genere. Ho bevuto ancora champagne e mangiato deliziosi coni di pasta fillo. Dopo pranzo tutti i soci dei club sono scomparsi con una scusa. Come se non indovinassimo che vogliono essere in forma per la discesa.

13/04/07 | Permalink | Commenti (46)

robba, 18 marzo 2007
Domenica, 4 marzo 2007 - Roma
Girato in bicicletta con Filippo e i siciliani dall'alba al tramonto. Oltre ai quattro messinesi avevamo un palermitano e una romana di origine catanese. Era una giornata di primavera. Abbiamo fatto colazione sul Tevere, su una barca ormeggiata di fronte all'Ara Pacis. E' gestita da due donne misteriose. Nel deposito dietro la toilette avevano dei libri sul sudamerica e alcune casse di integratori contro la caduta dei capelli. Mentre litigavamo per il conto abbiamo incontrato un arancione. Propagandava la loro mensa vegetariana. Era sereno ma anche autoironico. Siamo arrivati fino a Ponte Milvio dove stanno ricomparendo i catenacci. La gente stava lì per interi minuti a fissare i lampioni. Più tardi sono tornata al Governo Vecchio. Una signora che compra abiti a Parigi me ne ha lasciati provare una montagna. Aveva un grande specchio fumé e una tenda dietro la quale sono volate un paio d'ore. Insisteva che sono un tipo che non passa inosservato. Ho pensato che fosse un modo per dirmi che sono grassa. Al ritorno l'ascensore era fuori servizio, così abbiamo lasciato le nostre mountain bike in cantina. In genere le teniamo in salotto, sul tappeto, accanto al letto. Dormiamo ancora sul divano-letto.

Giovedì, 8 marzo 2007 - Sankt Moritz
Siamo partiti da Roma alle sette. Alle due eravamo a Sankt Moritz. Ormai abbiamo acquisito dimestichezza con gli autovelox e con le automobili a noleggio. Isabella ha quasi perso i sensi alla vista dell'appartamento. Di fatto, quando Adolf ha aperto la porta, è stato come essere diventati poveri in un colpo. Per cominciare è nel Bad. E poi il mobilio è quello di uno sceneggiato svizzero. Alla fine abbiamo rimediato una camera singola nel Dorf, per la signora. Era l'ultima, per via della maratona di fondo. Abbiamo pure telefonato per protestare, ma il marchese, naturalmente, aveva preteso il pagamento in anticipo. Alle sette sono andata al Corvatsch con Filippo. Eravamo ospiti di Spyros Niarchos ma l'abbiamo soltanto intravisto. Era mescolato alla folla internazionale. Sulla funivia avevano allestito un bar e acceso delle candele. Avevano vino bianco, caipirinha e cestelli di champagne. Un socio di un club italiano mi ha detto che ogni anno le marche di alcolici sono peggiori. A me ha fatto lo stesso un certo effetto. Non è male sciare di notte. La pista era lunga e non troppo difficile. Alle nove abbiamo pranzato al rifugio. I camerieri servivano fondue bourguignonne e insalata di cavolo rosso. Ho notato che la verdura non manca mai laddove la carne è il piatto forte. Più tardi hanno messo su un intero banco di frutta. Dopo i soliti discorsi di presentazione, un gruppo ha attaccato a suonare funky, allora abbiamo ballato con gli scarponi. Ballavano tutti come pazzi. I più pazzi, però, non erano gli spagnoli o i colombiani, ma forse gli austriaci o gli svizzeri. Gli inglesi, tra cui il principe Edoardo, erano all'altezza della loro reputazione. All'uscita ho trovato una macchinetta che vendeva le Parisienne.

19/03/07 | Permalink | Commenti (7)

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